Perché i giochi di ruolo sono stati (e sono ancora) un’avanguardia culturale

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Da Wired, 13 aprile 2017

Chiunque abbia mai giocato a un gioco di ruolo è stato in una stanza profonda. Quel luogo nel quale prendono forma mondi fantastici, che esistono nell’immaginario condiviso dai partecipanti, seduti attorno a un tavolo, fra manuali e schede, dadi e matite. Quel luogo dal quale si entra nel dungeon, termine che non può essere tradotto perché “solo quella parola va a formare ciò che ci si attende da quel buco in terra immaginaria: un diagramma di flusso fatto di stanze e porte e trappole, passaggi segreti e mostri e scale, pozzi e sepolcri, predelle e statue (a volte anche inanimate), tane, fiumi sotterranei, tesori: insomma, l’avventura”.

Parole di Vanni Santoni, che nel suo ultimo romanzo, La stanza profonda, fresco di stampa per Laterza, parla proprio del mondo dei giochi di ruolo. Un mondo che conosce bene poiché, oltre a essere scrittore e direttore della narrativa di Tunué, è anche stato un master – cioè colui che arbitra e dirige il gioco – per più di vent’anni. “Ventitre”, precisa quando lo incontriamo alla Libreria Verso di Milano, prima della presentazione del libro. Uscito a marzo, La stanza profonda ha già collezionato un record: sarà infatti il primo romanzo dell’editore Laterza a partecipare al Premio Strega, grazie alla candidatura dei giurati Alessandro Barbero e Silvia Ballestra.

Che effetto ti fa questa candidatura?

Sento un po’ il peso della responsabilità di rappresentare un editore con centoventi anni di storia, che partecipa per la prima volta al premio. Detto questo sono contento, il Premio Strega arriva a tanta gente, fa parlare del tuo libro anche molti che di solito non si interessano alla scena letteraria, quindi spero di fare il meglio possibile.

Un romanzo sui giochi di ruolo candidato al Premio Strega. Possiamo parlare di sdoganamento?

Più che altro è la dimostrazione che certi immaginari sono diventati egemoni. Temi che prima erano di nicchia ora sono diventati mainstream, gli viene riconosciuto un rilievo, un’importanza che prima non avevano. Però nel passaggio qualcosa è cambiato. Quando una nicchia smette di essere sotterranea perde alcune delle sue caratteristiche. Finché sei underground hai la garanzia della purezza, quando diventi mainstream nascono nuove necessità. Tanto per cominciare devi narrarti, perché finché sei nella nicchia parli con gente che sa di cosa stai parlando, non hai bisogno di spiegarti.

Quindi il tuo libro nasce dall’esigenza di narrare questa nicchia a chi non ne fa parte?

Diciamo che nasce dalla volontà di rendere onore a quella che per un certo periodo di tempo è stata, secondo me, una vera e propria avanguardia. Nel farlo volevo però evitare l’effetto spesso falsificante della nostalgia, che fa rima con chincaglieria, con un certo gusto un po’ retrò, con quell’idea che tutto quello che facevamo quand’eravamo ragazzini era bellissimo. No, i giochi di ruolo erano davvero importanti, non solo perché li facevamo da ragazzini. Erano belli perché aprivano nuove frontiere di realtà, perché cambiavano le carte in tavola, perché trasformavano il modo di divertirsi. Erano anche ideologicamente potenti perché davano più spazio alla cooperazione che alla competizione, perché consentivano a un gruppo di giocatori di collaborare per dar vita a uno scenario che rendeva tutti felici. Non è una cosa da poco.

Però adesso il gioco di ruolo è soprattutto associato a MMORPG (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game) come World of Warcraft o comunque a videogiochi dove la componente di interpretazione e creazione è molto limitata, mentre quella competitiva è più accentuata. Cosa ne pensi?

È vero, quelli che citi hanno il nome dei giochi di ruolo, ne hanno preso il posto nell’immaginario collettivo e hanno alcune caratteristiche in comune con loro, ma sono molto diversi. Il vero gioco di ruolo è quello che si svolge completamente in quel cloud astratto che è l’immaginario condiviso dai giocatori seduti intorno a un tavolo, guidati da un master che, se è bravo, riesce a far passare i suoi contenuti e al tempo stesso accetta le suggestioni e gli spunti che riceve dagli altri partecipanti, adattando la direzione che prende la storia. Questa continua interazione, questa narrazione cooperativa è importantissima ed è ciò che rende il gioco di ruolo, quello vero, un’avanguardia. I videogiochi, come anche i giochi di ruolo dal vivo, possono essere molto belli ma per me non raggiungono lo stesso livello; quando esplori un mondo programmato da altri attraverso uno schermo o quando ti vesti come un elfo hai già rotto l’incantesimo. È proprio nel campo astratto che si realizza la potenza enorme dei giochi di ruolo.

Ma quindi i giochi di ruolo veri sono ancora una forma di avanguardia?

A livello di contenuti penso che sia ancora un’avanguardia. Il problema è che un’avanguardia culturale può essere definita tale solo quando ha un potere di coinvolgimento e impatto sulla realtà molto forte. In questo senso, credo che i giochi di ruolo abbiano smesso di essere un’avanguardia negli anni Novanta, quando tutta una serie di loro derivati hanno preso il sopravvento. A partire dal successo di Magic fino ai MMORPG o a giochi come League of Legends e DOTA, che inseriscono certe caratteristiche dei giochi di ruolo classici in un frame molto meno creativo e altamente competitivo, identico a quello degli sport classici.

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5 Pensieri su &Idquo;Perché i giochi di ruolo sono stati (e sono ancora) un’avanguardia culturale

  1. Ti faccio i miei complimenti perche’ non dev’essere facile tentare di instaurare un colloquio con un tizio che proclama di aver “superato” Darwin sostenendo concetti completamente assurdi quali la “selezione dell’individuo piu’ risonante”….detto questo intervenire su un blog dove programmaticamente e sistematicamente si propalano pericolose sciocchezze sui vaccini,si deridono grandi figure del pensiero scientifico,si accettano e si pubblicano addirittura “provocatorie” professioni di razzismo negli interventi,con l’eventuale raccomandazione di diffonderle,penso ponga problemi etici insormontabili. Almeno per me,facente parte di una categoria non direttamente coinvolta nella ricerca scientifica ma ugualmente in grado di rabbrividire davanti a certe realta’ del Web.
    Saluti.

    • Grazie per i complimenti. Per quanto riguarda la questione etica, credo che intervenire in certe discussioni e cercare di comprenderne le motivazioni – il che non significa avvallarle – sia importante.

      • Ma a me “le motivazioni” risultano molto chiare. Di quello che dicono Bohr e Heisenberg “ce ne infischiamo” (e magari, “ce ne freghiamo !”),il 25 aprile, “non e’ una festa e non c’e’ niente da festeggiare”,e magari e’ giusto diffondere il più possibile dichiarazioni del tipo “…io…,sono razzista”.
        Perdonami ma che motivazioni pensi che abbiano i loro omologhi americani alla Sarah Palin,antidarwinista incapace di una costruzione sintattica di due enunciati, o della “bible belt” ? Fare lobby,sostenere carriere altrimenti inspiegabili,buttarla eventualmente in politica se può’ convenire a Qualcuno.
        Dai,su. Sarebbe invece molto utile, tanto nella mia posizione quanto in quella di molti altri, eventualmente segnalare a chi di dovere quando professori di scuola, o medici, dipendenti dell’istituto di sanità’, indulgono in campagne pericolose (tipo quella contro i vaccini) o semplicemente propalano risonanti assurdità’ senza senso. Magari promettendo inesistenti “terapie future” basate sulla fuffa.
        L’ignoranza e l’insipienza in fondo si possono perdonare,anche quando gravissime. La malafede, anche alla luce della storia più’ o meno recente e di quello che ci insegna, mai.

        • Le assicuro che conosco abbastanza bene l’argomento per sapere che esistono lobby e ideologi vari (soprattutto negli States). L’approccio che lei suggerisce si sta rivelando non efficace se non addirittura, in certi casi, controproducente.

          • va bene..allora buona fortuna visto che nel blog da lei frequentato (passo al lei,essendo professionisti coetanei con una storia accademica a due passi l’uno dall’altro mi ero permesso di darle del tu inizialmente) si comincia finalmente a parlare di “trasformazione” (di chi? di adamo ed eva di tutta una specie? ma ci rendiamo conto ?). Mi creda, capisco anche io l’utilità’ di una sfida con se stessi, e la fede nella ragione universale….ma con certa gente non funziona. La Storia e’ li a dimostrarlo.

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