Scienza e progresso nello steampunk esotico di Hope & Glory

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Da Oggiscienza, 19 aprile 2017

Cappelli a cilindro, occhiali da aviatore, corsetti, cinghie e ingranaggi dorati. Questi gli elementi ricorrenti dell’estetica steampunk, quel filone fantascientifico caratterizzato da una tecnologia anacronistica basata su vapore ed elettricità, spesso ambientato in un Ottocento alternativo. Un genere nato alla fine degli anni Ottanta, che riprendeva il nome del cyberpunk ma discostandosene, essendo più interessato alla meccanica e ad ambientazioni retrò e ucroniche che all’elettronica e alle distopie futuristiche urbane. Un genere che a sua volta ha pescato a piene mani dai romanzi scientifici ottocenteschi di autori come Jules Verne e H. G. Wells, e che ha ispirato e contaminato diversi autori moderni; influenze steampunk si ritrovano nell’eccellente La lega degli straordinari gentiluomini di Alan Moore così come nel film Sherlock Holmes di Guy Ritchie, nell’Hugo Cabret di Martin Scorsese così come ne Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki.

E trasuda steampunk anche Hope & Glory, la nuova ambientazione per il gioco di ruolo Savage Worlds, un prodotto pensato per il mercato inglese ma concepito e sviluppato interamente in Italia. Creatore e coordinatore del progetto è Davide Mana, paleontologo e scrittore, e a lui ci siamo rivolti per farci raccontare com’è nata questa ambientazione e in cosa si differenzia dai classici del genere.

“Per primo è nato il concetto centrale, l’idea di un’India steampunk in cui gli ideali migliori dell’epoca vittoriana sono stati messi al lavoro, e non i peggiori”, spiega Mana. “Lavorare sulle novelle mi ha poi aiutato a definire i luoghi, le culture, i personaggi, fornendo elementi che sono stati riversati nel manuale del gioco. Manuale che, di fatto, rappresenta tutta quella parte di background delle storie che è stato necessario elaborare per scriverle, ma non era essenziale inserire nelle storie stesse”.

Il 21 ottobre del 1852, la Catastrofe colpisce la Terra, devastando in particolare l’emisfero settentrionale dapprima con terremoti e maremoti, e poi con la Pioggia Nera, che genera un’impenetrabile coltre di nubi di cenere, dando così inizio all’Inverno dei Trent’Anni. Un secolo dopo, l’umanità si è ripresa ma le potenze del Vecchio Mondo sono crollate. Nuovi stati sono rifioriti in quelle che un tempo erano colonie in Africa e Sudamerica, fra i resti dell’arcipelago giapponese, nelle steppe russe, nelle pianure cinesi e in India, dove i rifugiati inglesi si sono mischiati con la popolazione locale fondando il Raj anglo-indiano, erede del caduto Impero Britannico.

Insomma, non il solito steampunk.

“La principale differenza, quella che ha fatto da motore al progetto fin da subito, consiste nel concentrarsi su società non occidentali, sul fare dei vittoriani, e degli occidentali in genere, una minoranza che deve adattarsi a condizioni molto diverse da quelle storiche”, spiega Mana. “Si tratta di una scelta che disinnesca l’impatto del colonialismo, che obbliga la civiltà dell’ottocento a scelte diverse, e che porta allo sviluppo di un mondo esotico, diverso ma ancora riconoscibile, in cui sarà divertente ambientare storie”.

L’idea alla base di questa rivisitazione è in parte estetico – “Volevo meno corsetti e occhialoni, e più saree e kimono” – ma in parte anche ideologico. “Mi è capitato di sentir descrivere lo steampunk come genere reazionario e neocolonialista. Non credo che lo sia, e Hope & Glory, per le sue regole di campo, non può esserlo”, continua Mana. “Progresso e diversità sono i due valori che animano l’ambientazione”.

In questo contesto, scienza e tecnologia non possono che ricoprire un ruolo di primo piano.

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