Robots vs. Fairies: in una raccolta di racconti I’incontro fra robot e fate

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Da Oggiscienza, 19 settembre 2018

Ritorna la nostra rubrica Stranimondi con una nuova stagione, inaugurata da uno scontro epico che a sua volta incarna un conflitto di generi letterari e di visioni del mondo, e che si riassume in una domanda:chi è meglio, i robot o le fate? Gli editor Dominik Parisien e Navah Wolfe – già vincitori del premio Shirley Jackson e finalisti dei premi Locus, World Fantasy e British Fantasy con l’antologia The Starlit Wood: New Fairy Tales – hanno posto questa domanda a diciotto autrici e autori sulla cresta dell’onda, costringendoli a schierarsi per l’una o l’altra fazione. Così è nata la raccolta di racconti Robots vs. Fairies, pubblicata da Saga Press nel 2018.

Al di là della roboante presentazione, di conflitti veri e propri fra fate e robot ne ha pochissimi. L’antologia è soprattutto un’occasione sia per intrattenere, sfruttando il grande carisma di queste due figure iconiche della narrativa fantastica, sia per riflettere sulla loro natura e sulle loro differenze. E di spunti di riflessione se ne trovano molti nei brevi testi con cui, al termine di ciascun racconto, l’autore/autrice di turno motiva la sua scelta di campo.

Per Tim Pratt, per esempio, autore della storia di biblioteche fatate e libri senzienti intitolata Murmured Under the Moon, i robot diventano interessanti quando passano il test di Turing o sviluppano complesse intelligenze artificiali, cioè quando assomigliano agli esseri umani (e il dibattito sul livello di realismo dei robot continua a tenere banco). Le fate, al contrario, sono umane solo superficialmente ma in realtà sono “bizzarre, imprevedibili e aliene.

Agiscono in base ad assunti e assiomi che non possiamo neanche comprendere, ed è qui che entra in gioco quel delizioso, sconcertante e spaventoso senso di stranezza e meraviglia”.

Prima di proseguire, una precisazione: nel libro non si parla delle fatine gentili e allegre cui ci ha abituato la Disney, ma di fairies (o fey, o fair folk), cioè delle creature sovrannaturali del folklore europeo, bizzarre e dispettose ma non di rado pericolose se non addirittura sanguinarie. Un esempio famoso è la corte di Oberon e Titania del Sogno di una notte di mezza estate, richiamata in chiave rock da Maria Dahvana Headley nel racconto Adriftica.

Shakespeariana è anche l’ispirazione che guida Max Gladstone: To a cloven pine è una rielaborazione in chiave fantascientifica della Tempesta (la spaccatura di un pino del titolo è dove lo spirito Ariel è stato imprigionato dalla strega Sicorace), incentrata su una realtà simulata che da arma narrativa diventa una trappola per i suoi abitanti. Gladstone fa parte del team robot; per lui i fatati – creature bellissime, terrificanti e capricciose – rappresentano le nostre radici, e le storie che raccontiamo su di loro ci servono per tentare di capire perché le persone impazziscono o spariscono.

Ma i robot rappresentano il nostro tentativo di modellare questo mondo e la nostra società. Sono lo slancio verso il futuro, anche se a volte ci sembrano incomprensibili e pericolosi. “Man mano che i nostri robot crescono, di certo inizieranno a sembrarci bellissimi, terrificanti e capricciosi”, scrive Gladstone nel suo commento finale. “E quando le persone del futuro li descriveranno, lo faranno ispirandosi alle fiabe”.

Un approccio simile viene usato da Lavie Tidhar, che nel suo The buried giant riprende la storia di Pinocchio ma al contrario, con un ragazzo vero che vuole diventare una macchina come quelle che l’hanno cresciuto e, in un inseguirsi di storie, viene assistito da quella che sembra a tutti gli effetti una fata. In Work shadow/Shadow work, invece, Madeline Ashby riflette sul concetto di umanità dei robot mettendo a confronto un’anziana che crede nel popolo fatato e il suo assistente robotico, partendo dalla roboetica per riflettere sull’etica umana.

Nel racconto di apertura – uno dei migliori – Build me a Wonderland, Seanan McGuire immagina un parco dei divertimenti pieno di automi che ricreano creature fatate di ogni tipo; ma non tutto è quel che sembra. A chiudere la raccolta c’è A fall counts anywhere, l’unico vero caso di scontro fra robot e fatati, che Catherynne M. Valente immagina come un’enorme royal rumble fra celebri rappresentanti delle due fazioni, raccontata con lo stile delle telecronache del wrestling e con tanto di finale a sorpresa.

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